No ad Halloween, Sì alla Lumaza!

lumaza-halloweenTra il 31 ottobre e il 1 novembre si è storicamente soliti commemorare i defunti, facendo magari una visita nel luogo di eterno riposo.
Per secoli i veneti li hanno ricordati anche se in modalità differenti: in alcune aree, specie contadine e montane, per esempio si era soliti accendere un falò votivo utilizzando legna o arbusti raccolti dalla propria terra. O ancora, la sera de 31 ottobre, si imbastiva la tavola per la cena con un posto in più dedicato al caro defunto che avrebbe idealmente cenato con tutta la famiglia.
Ecco perché abbiamo ritenuto doveroso pubblicare questo breve articolo, affinché la memoria del passato non venga sostituita da un’effimera “moda” del presente.
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Ma perché chiamarla Halloween in Veneto, quando nella nostra bella, musicale e millenaria lingua veneta la possiamo chiamare con suo vero nome, ovvero “lumaza”?
Tradotto in italiano sarebbe luce debole e tremolante, per cui fatua.

Ma nella storia e nelle tradizioni venete sarebbe una zucca oppure un’anguria svuotata con scorza intatta, quattro buchi per rappresentare occhi, naso e bocca e da esporre su una pertica di notte dopo avervi acceso all’interno una candela: questo Adriano Romagnolo lo chiama “capolavoro”.

E Bepi Famejo la descrive così:
“ I tosati de na olta, pi che altro par godarse, co na zuca nostrana i fasea la lumaza.: i ghe tajava la cùgola, i ghe cavava le buele e le megole, i ghe fasea dei busi a usanza da oci naso e boca; ‘nte la boca co dei grani de formenton i ghe fasea i denti e i te ghe metea na candea drento e la lumaza jera bela che fata. De sera col scuro e ghe impizava la candela e i ‘ndasea a metarla ‘nte na passaja o in zima a on salgaro drio la strada: se pasava calchedun de note e che non savea gnete , el podea ciapar paura”, e allora gli urlavano “ ma valà…bauco! Te si propio un zucon!
Chelali non la xe gnete altro che na zuca!”

Lo so che manca il dolcetto e vi è solo lo scherzetto: ma tutto il resto, per dirla nella stessa lingua ora d’uso, è solo business.
Articolo di Eraldo Barcaro