di Andrea Carrubba
http://www.loccidentale.it/node/105533
Il regionalismo è un fenomeno storico-culturale, oltre che politico. Si richiama a realtà culturali primarie quali l’etnia, il territorio, interpreta l’identità di una popolazione. Nel corso degli ultimi decenni del XX secolo, accanto al consolidamento del processo di integrazione europea, architettura istituzionale di molti Stati europei ha conosciuto profonde trasformazioni in direzione di un progressivo processo di devoluzione di poteri e risorse dal centro alla periferia. Tale fenomeno, denominato “neoregionalismo” è stato il frutto di altrettante devoluzioni, cioè di forme di trasferimento di poteri e di risorse dal centro alla periferia degli Stati, e ha interessato sia quegli Stati in cui le regioni hanno già le competenze autonomistiche sia gli Stati che sono ancora fortemente ancorati al modello unitario.
Molteplici e tra loro correlati sono i fattori esogeni ed endogeni che hanno creato le condizioni di affermazione del modello autonomistico. Tra i fattori esogeni possiamo segnalare quelli riguardanti i processi di globalizzazione e il consolidamento del processo di integrazione europea. Il primo, che costituisce il principale carattere distintivo della fase storica che stiamo vivendo, si manifesta anche con la omologazione delle diversità culturali, sociali, etniche, religiose. A tale fenomeno le comunità reagiscono cercando di preservare e mantenere intatte le proprie tradizioni, le proprie radici, le proprie identità.
Sorgono in molti Stati, soprattutto europei, movimenti che si oppongono a tale processo di omologazione e si richiamano ai valori del tradizionalismo e del localismo. Come conseguenza, si manifesta dal basso una tendenza al ridimensionamento del ruolo dello Stato unitario e a creare nel territorio nuovi modelli organizzativi della società. Il secondo, ovvero il processo di integrazione europea, ha comportato il coinvolgimento dei governi sub-statali, sempre più sollecitati dalla Unione europea (UE) ad intervenire nella realizzazione delle politiche e delle direttive comunitarie, che richiedono sempre di più il coinvolgimento dei livelli di governo sub-statali[1].
Il regionalismo dell’Europa contemporanea affonda le sue origini nei secoli passati, in qualche caso all’età medievale o agli inizi dell’età moderna. Per secoli i regionalismi, considerati fattori di divisione e pertanto pericolosi dalle autorità statuali, attraverso percorsi di repressione e violenza sono stati avversati a favore dell’idea di stato-nazione unitario. Rivendicazioni e lotte regionaliste sono sempre state presenti sulla scena europea e, accanto ai fattori culturali, il risveglio dei regionalismi nel secolo precedente, si è manifestato anche un altro dirompente fattore, quello economico. Negli anni settanta, la rivolta delle periferie emarginate, arretrate e sfruttate viene interpretata e vissuta secondo lo schema del “colonialismo interno” del centro capitalista; spesso l’irruzione sulla scena politica europea di alcuni vecchi movimenti indipendentisti viene accompagnata dalla violenza: gli ultimi attentati dei sudtirolesi contro lo Stato italiano e le prime rivendicazioni dei Baschi, dei Corsi, e in Irlanda. Si riferiscono a regionalismi dotati di robusta identità politico-ideologica.
In Spagna, la questione regionalista e separatista è esplosa con una intensità maggiore che in altri paesi, verosimilmente quale risposta alle repressioni del regime franchista di ogni forma di autonomia. Nel 1977, all’indomani della caduta del franchismo, inizia il rapido e radicale processo di democratizzazione della Spagna attraverso un processo di decentramento e di autonomia.
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